La macchia mediterranea

Col termine macchia si intende una particolare formazione vegetale costituita da un intrico, spesso impenetrabile, di arbusti e piccoli alberi che non superano in altezza 4-5 metri, a cui spesso si associano altri arbusti di aspetto lianoso.

L’area geografica dove tale vegetazione è maggiormente diffusa a livello planetario, è il bacino del Mediterraneo, da cui è derivato il binomio macchia mediterranea. Tuttavia, anche in altre parti del mondo ci sono formazioni vegetali simili, che assumono nomi diversi a seconda del luogo in cui si trovano.

L’impenetrabilità di tale ecosistema ha dato origine al modo di dire, coniato all’epoca del brigantaggio, “darsi alla macchia”, che indicava (e indica tuttora) proprio l’enorme difficoltà di riuscire a rintracciare chi si nasconde al suo interno.

Nella quasi totalità dei casi, la formazione della macchia mediterranea è il risultato dell’interazione antropica con l’ambiente naturale (sin da tempi remoti) e pertanto solo raramente, lì dove le condizioni ambientali non consentono ulteriore evoluzione vegetale, essa può ritenersi del tutto spontanea (macchia primaria).

Lo stadio di massima evoluzione vegetale in un ambiente è detto climax ed è influenzato localmente da vari fattori, soprattutto biologici e climatici. Nella nostra provincia, lo stadio di climax può costituire foreste di leccio (Quercus ilex L.), foreste di pino d’Aleppo (Pinus halepensis Miller) o boscaglie miste tra olivastro (Olea europaea L. var. sylvestris Brot.) e carrubo (Ceratonia siliqua L.). Se all’interno delle foreste ci sono buone condizioni di luminosità, si può sviluppare il sottobosco, costituito da arbusti, suffrutici e piante erbacee.

Per suffrutici si intendono piccoli arbusti caratterizzati da base legnosa e fusti erbacei. Le erbacee sono invece le piante sprovviste completamente di parti legnose.

Le essenze che compongono questo variegato ambiente possono diversificarsi per vari fattori, come il luogo geografico, l’esposizione o la natura del suolo.

Il degrado della foresta primigenia, causato dall’intervento antropico (tagli, incendi) e dalle relative attività (pastorizia, agricoltura, utilizzo del legname), più raramente da cause naturali, dà luogo a formazioni vegetali regressive che, nei casi estremi, può portare alla completa assenza di vegetazione, lasciando solo la roccia nuda. La pressione antropica sull’ambiente naturale ha avuto inizio sin dai tempi preistorici, cioè da quando l’uomo ha cominciato ad organizzarsi in gruppi sociali. Tuttavia tale impatto è diventato fortemente invasivo dall’epoca della rivoluzione industriale in avanti. Basti pensare che nella nostra provincia, fino al XVIII secolo, c’erano foreste che si estendevano ininterrottamente dalle Murge fino alle rive del Mar Piccolo.

La macchia pertanto rappresenta il primo livello di degradazione della foresta primigenia, che essendo indotta da cause esterne (soprattutto antropiche) prende il nome di macchia secondaria, per distinguerla dalla primaria, che come già detto, è naturale ma alquanto rara. A seconda dell’altezza degli esemplari arbustivi presenti si possono distinguere la macchia alta, con piccoli alberi e arbusti alti anche 4-5 metri, e la macchia bassa, dove mediamente le dimensioni non vanno oltre i 2 metri.

Erroneamente si tende a denominare “macchia” anche la formazione (che rappresenta un’ulteriore degradazione della vegetazione) costituita da piccoli arbusti e suffrutici, in genere distanziati tra loro; il suo nome corretto è gariga.

I successivi livelli di regressione sono le praterie di graminacee e infine l’assenza di vegetazione con l’affioramento della roccia.

Un livello di regressione a sé stante, è costituito dai suoli disboscati e successivamente utilizzati a scopo agricolo.

Un terreno degradato o coltivato, se non più utilizzato può ripercorrere le “tappe” al contrario, cioè se lasciato a se stesso, può ritornare gradualmente (se non intervengono altre cause esterne), nell’arco di qualche decennio, a formare la foresta primigenia e raggiungere quindi, nuovamente il proprio climax.

 

Alberi, arbusti e suffrutici del paesaggio mediterraneo hanno sviluppato degli adattamenti per far fronte al notevole stress tipico della stagione estiva che si traduce in scarsità o assenza di precipitazioni, alta temperatura, forte insolazione. Tali adattamenti si sono sviluppati fondamentalmente nelle foglie, che sono organi di vitale importanza. In molte specie allo scopo di evitare al massimo l’evaporazione, le foglie sono dure, coriacee (da qui l’aggettivo sclerofilla), provviste di peluria e con gli stomi infossati (gli stomi sono aperture microscopiche utilizzate per gli scambi gassosi con l’esterno che in genere si trovano sui margini fogliari e non quindi verso la parte interna). Altre piante possono ripiegare i loro margini verso l’interno mentre alcune sintetizzano oli essenziali (dai caratteristici ed intensi profumi) che assumono funzione protettiva nei confronti della radiazione infrarossa. Infine ci sono specie che vanno in estivazione, cioè durante la stagione estiva perdono le foglie, proprio come avviene per buona parte delle latifoglie nella stagione invernale.

 Teodoro (Teo) Dura